Nel suo messaggio di fine d’anno Giorgio Napolitano si è rivolto specialmente ai giovani, ricevendo il plauso di maggioranza e opposizione. Nessuno però si è preoccupato di sollecitare una risposta da parte dei destinatari del messaggio. Perciò abbiamo chiesto ad alcuni collaboratori di Labouratorio, la rivista on line diretta da Tommaso Ciuffoletti, di rivolgersi a loro volta al Presidente. È un sondaggio di opinioni senza nessuna pretesa di completezza. Ma ci sembra comunque estremamente significativo.
Una diagnosi accorata e seria sulla situazione attuale del paese, quella che Giorgio Napolitano ha esposto nel discorso di fine anno. Un monito dai toni lungimiranti, che ha saputo mettere in luce temi importanti quasi dimenticati dalla politica da mesi. Uno sguardo sulle tante sfide che il nostro paese dovrà fronteggiare per il prossimo decennio: precarietà giovanile, l’enorme distanza tra politica e cittadini, un debito pubblico in perenne crescita, la costruzione di un federalismo fiscale “solidale” che possa ridurre il divario tra nord e sud, e infine la rilevanza del Risorgimento. Sul piano internazionale, il Presidente ha esortato il rilancio di un’Europa che ad oggi è ancora ferma e incapace di agire davvero come Unione di Stati e di popoli, di aprire quella nuova prospettiva di sviluppo dell’economia e dell’occupazione. Non ultima, la preoccupazione per un Occidente in crisi di egemonia ed identità, in un mondo globale fatto di nuovi scenari e protagonisti, come India, Cina e Brasile. Non è mancata la “questione giovanile”: le proteste contro la riforma Gelmini e l’incontro prenatalizio con i rappresentanti del movimento studentesco hanno sicuramente offerto lo spunto a Napolitano per rimettere al centro del suo messaggio il rapporto tra i giovani e la “precarietà”, che oltre a divenire sempre più spettro materiale assurge ormai a paradigma esistenziale. Una disoccupazione giovanile dilagante deve diventare – raccomanda il Presidente – “l’assillo comune della nazione”. Sembra un copione già recitato se pensiamo che da maggio scorso lo stesso Mario Draghi menzionava, dati alla mano, le problematiche relative alla disoccupazione giovanile (dati poi rimasti lettera morta sul campo dell’azione politica).
Le problematiche del mondo giovanile si snodano su due aspetti fondamentali: il primo è la mancanza di possibilità reali di avanzamento, dato che il nuovo contesto economico globale macchiato dalla crisi – continua il Presidente – ha reso ormai “irrealistico e non più perseguibile, per noi occidentali, il sogno di un continuo progredire nel benessere ai ritmi e nei modi del passato”. Stando ai pericoli messi in evidenza dalla crisi della finanza globale, nel monologo del Presidente si avverte un invito alla riflessione sui limiti della cosiddetta “teologia del Pil” e dello sviluppo infinito. Dopo un 2010 dominato – avverte il Presidente - “dalle condizioni di persistente crisi ed incertezza dell’economia e del tessuto sociale” che ha diffuso l’ansia di “non poterci più aspettare un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato”. Da qui l’esortazione a non lasciarci paralizzare da quest’ansia e a non rinunciare “al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere, nel mondo segnato da un processo di globalizzazione”, che lo stesso Napolitano non esita a definire “ambiguo” per le gravi ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali.
Non sarà forse un richiamo alla convivenza con i famosi “fantasmi della decrescita” a cui fa riferimento da tempo il sociologo Latouche, che stranamente faticano ad entrare nel dibattito pubblico del nostro paese? Sapendo bene – puntualizza il Presidente – “di non poter contare più su un futuro di certezze garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto ad un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell’eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della Costituzione”. Napolitano ha chiesto a gran voce più risorse da stanziare per finanziare cultura, università, formazione a favore dei giovani.
Ma per liberare le risorse pubbliche e ampliare le opportunità – avverte il Presidente – occorre sacrificio da parte delle tante categorie di cittadini adulti e anziani che ancora godono di garanzie non più sostenibili, spesso immeritate, e che paradossalmente sono pagate dagli stessi giovani. Il secondo aspetto è il distacco allarmante dei giovani dalla politica: senza dialogo e senza nuove forme di coinvolgimento dei giovani nei processi decisionali, la stessa democrazia potrebbe risentirne, “andare in scacco”. Il monologo del presidente, che non è un diretto j’accuse contro il governo, non ha comunque esentato la classe politica dalle sue responsabilità, mettendola di fronte ai suoi fallimenti. Ma chi raccoglierà concretamente le parole del Presidente, al di là degli elogi solenni e bipartisan che sempre accompagnano i suoi moniti? Il genere “giovani” risulta avere ampia fortuna nella retorica del mondo politico, ma allo stesso tempo ancora scarsa risolutezza dal punto di vista dell’azione politica. Per evitare che gli impegni urgenti nei confronti dei giovani rimangano figli di un paternalismo stucchevole e controproducente, per non lasciare questo contributo d’impronta civile a mero rito da galateo istituzionale, sarebbe ora che la classe dirigente facesse tesoro delle parole del Presidente. Altrimenti Napolitano avrebbe “abbaiato alla luna”.
“La vostra generazione sarà la prima, dopo almeno sessant’anni, a vivere in condizioni peggiori rispetto a quelle conosciute dalla generazione precedente”: è questo il ritornello che i giovani italiani hanno imparato a sentirsi ripetere negli ultimi anni, il tormento che inutilmente cercano di allontanare, il tema politico per eccellenza dei nostri giorni, al di là della fuffa mediatica e delle guerre per bande di cui sono zeppi telegiornali e quotidiani vari.
Non a caso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uomo di grande cultura e lucidità (qualità, purtroppo, sempre più scarsamente riscontrabili nel devastato scenario della politica italiana) ha dedicato proprio ai giovani il messaggio augurale di fine anno sottolineandone il fondamentale ruolo politico e sociale (“ non siete semplici spettatori, perché la politica siete anche voi”) e invitandoli a non farsi paralizzare dall’ansia per un futuro che si presenta a tinte fosche. E proprio ascoltando Napolitano, capace di illustrarci con serietà tutta una serie di sfide che dovremo affrontare in Italia e in Europa (dalla crisi economica al governo della globalizzazione, dalla riduzione del debito pubblico alle mancate riforme economico-sociali, dal rilancio dell’Università alla disoccupazione), viene naturale riflettere sul rapporto fra le nuove generazioni e la politica e sul processo di formazione delle classi dirigenti.
Ma bisogna porsi anche un interrogativo: siamo così sicuri che la freschezza delle idee, la capacità di innovare, l’occhio sveglio sul mondo, l’anticonformismo, la “modernità”, siano prerogativa dei giovani in quanto tali? E’ su questo luogo comune che spesso si fonda la protervia di alcuni giovani politici che appena hanno un minimo di successo (assicurato da un’elezione e/o dall’esposizione mediatica) pensano di aver capito tutto, di essere i salvatori della Patria in grado di far subito tabula rasa della vecchia classe dirigente considerata attempata, compromessa e incapace di capire il mondo che cambia. Intendiamoci, quello del mancato ricambio generazionale è un problema enorme in un paese in cui vengono considerati giovani politici che hanno cinquant’anni.
I giovani dirigenti, infatti, vengono di regola cooptati dai vertici, e mancano spesso e volentieri di coraggio e spirito d’iniziativa: quasi sempre finiscono col diventare piccoli replicanti dei leader di riferimento. Questo è il modo peggiore per formare una classe politica. In un quadro del genere trionfano attendismo, conformismo, mera conservazione del potere e incapacità cronica di elaborazione di proposte innovative. D’altro canto il narcisismo imperante e l’ipermediaticità dei tempi attuali hanno imposto all’attenzione del pubblico una nuova schiera di giovani smaniosi di far carriera in tempi rapidi: i vecchi inconsapevolmente hanno fatto il loro gioco, ma la capacità di una leadership non simisura certo colmetro delle apparizioni televisive o con quello della demagogia, tanto meno con la mancanza di una proposta seria e realmente alternativa sapientemente dissimulata dall’abilità nel creare slogan e organizzare raduni, veri e propri happening nei quali il minimo comune denominatore è uno e uno solo: la cacciata dei vecchi. Se a questo aggiungiamo il continuo “calo del desiderio” dei giovani (come della maggior parte dei comuni cittadini) nei confronti della politica (né impegno, né mero interesse) allora il quadro diventa davvero desolante.Ma non possiamo né farci paralizzare dall’ansia (come giustamente ammoniva Napolitano), né farci assalire dalla desolazione: non ce lo possiamo permettere. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare; proprio per questo non possiamo continuare a riporre la nostra fiducia nei confronti di chi si è già dimostrato totalmente inadeguato, né possiamo illuderci sulle virtù taumaturgiche di chi vuole cambiare tutto per non cambiare nulla (e garantirsi un posto a tavola domani). Il problema della formazione di una classe dirigente che sia seriamente “nuova ed altra” diventa quindi di fondamentale importanza. Ma se i nuovi/vecchi partiti sono cronicamente sterili da questo punto di vista, abbiamo ancora la possibilità, se non di creare, quantomeno di immaginare nuovi percorsi? Potrà sembrare illusorio e minimalista, ma credo che i giovani, siano essi militanti o semplici cittadini interessati alla politica, possano giocare un loro ruolo nel futuro solo se sapranno liberarsi da logiche di cooptazione e velleità rottamatorie, se cominceranno a studiare la complessa storia di questo paese evitando le letture di parte e mistificatorie, se concepiranno la politica come servizio reso nei confronti della collettività, se avranno pazienza e ostinazione, se in qualche modo sapranno “fare rete” (internet aiuta molto in questo senso), se sapranno non cadere nelle trappole del narcisismo e del presenzialismo, se sapranno dare ascolto a quelle poche voci libere (e spesso si tratta di “ragazzi” dalla veneranda età) che ancora resistono nel nostro martoriato paese.
Se solo si fosse dato ascolto all’Ernesto Rossi di Abolire la miseria sessant’anni fa, quanto sarebbe diversa oggi la condizione dei giovani! E quanto avremmo bisogno di economisti, scrittori, giornalisti, politici di tal livello! Non disperiamo di averne nel prossimo futuro, molto dipende dal nostro impegno e dalla nostra determinazione.
Il coincidere del 2010 con le più forti proteste studentesche degli ultimi anni sembra aver portato nuovamente alla ribalta la questione giovanile. Quello che qui definiremo ”giovanilismo” è una delle più fortunate narrazioni adottate dalla sinistra italiana, seguendo la riflessione portata da Boeri, Giavazzi e Alesina, per i quali le giovani generazioni sono state tradite dai genitori, che hanno rovesciato su noi lavoratori super-laureati un enorme debito pubblico e spesa pensionistica fuori controllo, costringendoci spesso a emigrare. Complici di questo furto sindacati e microimprese sfruttatrici. Si tratta di una serie di concetti mutuati in parte dalla Terza Via, e su cui Veltroni scelse di investire pesantemente, facendone il caposaldo della sua campagna elettorale. Poco prima del voto Ilvio Diamanti aveva curato una ricerca che mostrava come dagli anni ‘90, con un picco nel 2006, i giovani si fossero notevolmente ripoliticizzati; Berlusconi staccava Veltroni nelle intenzioni di voto dei giovani lavoratori, ma il PD prevaleva seppur di poco tra gli studenti. La prevalenza del PDL tra giovani perlopiù precari veniva attribuita alla scarsa sindacalizzazione e alla prevalenza delle PMI nel tessuto produttivo, incentivi a una dimensione individualista della politica. Ma Diamanti notava anche come nella società italiana dominassero antipolitica e pessimismo. Le urne confermarono il disastro: il pareggio tra gli studenti arrivava solo grazie al voto utile, con un 30% di astenuti e numeri impietosi tra i giovani lavoratori.
La terziarizzazione dell’economia aveva portato alla prevalenza di una figura di “operaio dei servizi”, collocato nel terziario per svolgere prestazioni malpagate e dequalificate; i servizi alle imprese, punta di diamante del precariato “positivo”, impiegavano l’8% degli occupati, e solo il 16% dei precari si presentava sul mercato con una laurea. Nell’industria il 60% dei lavoratori si collocava nelle PMI, tra cui il 71,5% degli under-30, una percentuale che saliva al 76,7% nei servizi. Le PMI, paradossalmente, durante la crisi mostravano una tendenza più spiccata a difendere i propri dipendenti, per mantenere il proprio patrimonio di risorse ad alta qualificazione, e ad assumerli con contratti migliori. Tra l’uscita dal sistema scolastico/universitario e il traguardo del lavoro stabile, 5 e 10 anni di “tritacarne”.
Oggi, con la disoccupazione giovanile al 27% e un 20% di giovani che non lavora e nemmeno studia, circa il 45% dei giovani italiani si reputa xenofobo, e il primo punto di riferimento dei giovani è il lavoro, meglio se pubblico o dipendente. In tutto questo, gli stessi convinti sostenitori del rinnovamento hanno appoggiato Marchionne, scomunicando come fannulloni proprio quei giovani lavoratori di Pomigliano che, ben qualificati e assunti negli anni ‘90, avevano abbattuto il tasso di assenteismo cronico dei propri genitori. Molte delle criticità raccolte da Boeri, Alesina e Giavazzi sono incontestabili: forse ad essere sbagliati sono proprio gli interlocutori, dato che i nostri giovani non sono affatto ansiosi di mettersi in competizione. Sono preoccupati dalla concorrenza straniera, e anche se vedono poche prospettive nel nostro paese quando emigrano, al Nord per studiare o all’estero per lavorare, non ne sono affatto entusiasti. In questi anni il centrodestra si è affrancato dalle sue radici liberiste e ha sposato una linea che potremmo definire “conservatricepopulista”: i suoi interlocutori sono gli stessi del ‘94, le piccole e medie imprese, ma la spietata concorrenza globale ha prodotto una nuova linea politica che affianca radici di destra e temi popolari. I giovani che vogliono competere sono in larga parte quegli studenti universitari di cui Alesina e Giavazzi hanno scarsa stima. Però lo considerano un piano B: se possono, meglio il posto pubblico. Il giovanilismo si rivolge dunque a un mondo che, persino quando ha l’opportunità di studiare, trova molto più concreto poter andare a lavorare a 16 anni che accumulare master: nelle grandi imprese vengono assunti solo da precari, nelle piccole imprese questo genere di qualifiche non serve, e sarebbe molto più utile un buon diploma di istituto tecnico.
L’analisi che i “giovanilisti” hanno fatto della nostra società non va però scartata per tornare alle vecchie ricette della socialdemocrazia anni ‘70: se è emersa, è stato sulla base di dati reali e di vere criticità. Ma la sinistra deve saper adeguare le sue proposte e l’analisi: è necessaria un’agenda che sappia tenere assieme contratto unico, reddito di cittadinanza o Negative Income Tax, accoglienza dei migranti, un sistema educativo più meritocratico, e una grande stagione di riconversione industriale. Un nuovo modello che sappia cogliere la sfida giovanile, senza per questo diventare subalterno alla Thatcher. Sembra, in effetti, il programma di una futuribile forza socialista: chi lo realizzerà?
Ogni autunno in Italia, tra gli echi delle manifestazioni studentesche, inizia uno scontato quanto sterile dibattito sulle sorti delle future generazioni. Sorti che appaiono assai cupe stando a quanto intellettuali ed accademici ci dicono. Senza dubbio la generazione dei baby boomers è stata la più fortunata fra quelle cresciute nell’Europa contemporanea, poiché è stata la prima, e l’ultima, che in larghissima parte si è potuta permettere il lusso di scegliere un avvenire lavorativo consono alla propria indole e all’altezza delle proprie aspirazioni, ben difesa dietro rigidi ma rassicuranti steccati ideologici e in forti Stati nazionali che credevano in uno sviluppo continuo di democrazia e benessere. Invece le svolte del progresso hanno sparigliato le prospettive che la società occidentale credeva di aver davanti. La globalizzazione ci ha offerto gli strumenti per ampliare infinitamente i nostri orizzonti di realizzazione personale, ma la circolazione di idee e persone che ha garantito il florido sviluppo dell’Occidente oggi si è estesa a tutto il globo e gli attori di questo nuovo scenario non siamo più solo noi europei. Nuovi attori significa anche nuovi concorrenti. Ciò non significa, tuttavia, che possiamo sentirci autorizzati a ritenerci una generazione destinata ad entrare in un lungo e cupo medioevo postmoderno. L’imperdonabile errore che i giovani stanno compiendo è quello di illudersi di potersi riparare dietro le barriere dei propri genitori. La colpa di questi ultimi (forse nel tentativo di proteggere loro stessi) è invece quella di voler legare i propri figli a strutture sociali sclerotizzate e a strutture mentali ottuse e refrattarie al cambiamento, contagiandoli della stessa paura e sconforto che da un ventennio aleggia nella società.
I ventenni di oggi hanno accettato che gli fosse imposto un atteggiamento autodifensivo e diffidente verso l’intraprendenza e la creatività, hanno in sostanza spento il cervello e senza accorgersene si sono scoperti debolmente nichilisti perché hanno temuto il relativismo di una società che non sta declinando ma mutando più radicalmente e rapidamente di qualunque altra società nella storia. Di fatto i giovani stanno delegando alla classe dirigente nostrana, provinciale e impreparata, che per anni ha vissuto dietro verità inconfutabili, la responsabilità di traghettarli moralmente e politicamente in una nuova fase del progresso.
Forse per pigrizia più o meno indotta i miei coetanei non si sono accorti che in realtà hanno deciso di non decidere delle loro sorti. Di fronte alla mercificazione di cultura e politica, a differenza di tutti i giovani dei movimenti che hanno infiammato il Novecento, quelli di oggi si comportano con un’indifferenza quasi interessata, troppo pigri per avere una concezione originale di ciò che gli sta intorno. Populisti e demagoghi di ogni sorta li hanno manipolati ed aizzati l’uno contro l’altro, affinché non germogliasse un barlume di autocoscienza collettiva generazionale. Qualunque moto di protesta rientra sempre e comunque nei quasi istituzionalizzati riti dei movimenti giovanili di protesta, tutto è già stato scritto, e i ragazzi continuano a recitare il copione. Mai si tenta un’evasione dalle trite e ritrite liturgie della politica giovanile: anzi vengono clonate in miniatura le dinamiche e le strutture della politica tradizionale. Non si cerca una rottura nei metodi, nei linguaggi e nei comportamenti, ma solo comprensione e accondiscendenza, che comunque vengono offerte in cambio della tacita sudditanza. Ormai è chiaro che la generazione ultragarantita deve iniziare a concedere qualcosa alle generazioni successive che non possono continuare a sostenere lo status quo che favorisce solo la “classe anagrafica al potere”, ma iniziare a rivendicare la redistribuzione tra “classi anagrafiche” delle risorse e delle garanzie. Scardinare i tanti micro-privilegi che parte della sinistra considera tabù intoccabili, liberalizzando quelle corporazioni e caste su cui si regge parte del consenso di destra.
Ogni protesta tesa al mantenimento della condizione attuale è per forza di cosa conservatrice e nega quindi un ampliamento delle garanzie e dei diritti: dispiace constatarlo, ma da anni ormai le “lotte” degli studenti si fondano su principi profondamente conservatori non di privilegi propri, ma altrui.
Il tempo che viviamo è quello che andrebbe definito un momento di “infertile decadenza”. Tutti navigano a vista galleggiando malamente sui flutti, ed anche i cosiddetti opinion makers non si discostano da questo stato di profonda confusione, pronunciando alternativamente ingiurie inaccettabili nei confronti dei giovani, oppure, con la stessa leggerezza, come girare la pagina di un giornale, trattandoli con una sgradevolissima pietas. In entrambi i casi i nostri giornalisti (“lucidi e geniali” li aveva etichettati con ironico sprezzo Franco Battiato in una sua vecchia canzone) sbagliano, operando concettualmente in una forma di dualismo che, all’interno dei ben più complessi conflitti della postmodernità, ci sta portando solo guasti e problemi; in realtà dalla constatazione di una situazione effettivamente difficilissima, mortificante, statica all’ennesima potenza, deve emergere la coscienza che tutto questo torvo immaginario altro non è che un mito incapacitante che deve esser lasciato alle nostre spalle al più presto. Nella cultura delle complessità, come insegna ad esempio la scuola di pensiero della Deep Ecology, è ben difficile stabilire un nesso biunivoco tra causa ed effetto, ammettendo dunque l’esistenza di una rete sottilissima di relazioni molteplici; in questo senso ragionare in termini “riduzionistici” è davvero una forma di falsificazione, così come ritenere che le giovani generazioni italiane rappresentino in maniera così lampante dei corpi estranei della società solo perché inseriti in un quadro sfavorevole. Psicologia, antropologia e storia insegnano invece che alcune punte di ingegno sono raggiungibili soprattutto in condizioni di tensione, poiché capaci di fornire motivazione e determinazione aggiuntiva all’individuo; ma anche senza fare voli pindarici penso sia utile ripercorrere un po’ la storia dell’idea di “giovane” nella società occidentale.
Ebbene, questa idea, che adesso diamo per acquisita, è una “invenzione” ben recente, timorosamente insinuatasi negli anni cinquanta e poi divenuta esplosivamente categoria dello spirito e di marketing contemporaneamente. I tardi anni sessanta e tutti gli anni settanta in particolar modo, in senso planetario, hanno segnato il momento di massimo protagonismo della gioventù, un protagonismo che, a ben vedere, si è giovato dell’idea di essere “corpo estraneo”, senza lagnarsi delle incomprensioni da parte del vecchio mondo. Le controculture provenienti dal mondo anglosassone teorizzavano l’inclusione attraverso l’esclusione (il concetto di drop out espresso da Timothy Leary, ad esempio), una idea che, per quanto possa stupire al giorno di oggi, si è rivelata assolutamente esatta non solo da un punto di vista della realizzazione spirituale, come dimostrano le parabole di alcuni dei più straordinari protagonisti della odierna New Economy come Steve Jobs o il meno conosciuto Paul Allen, provenienti dal movimentismo statunitense, ed a ben vedere continuatori sotto altri mezzi di quelle idee. Sostenere il contrario sarebbe solo bieco moralismo pauperista. Il loro successo dovrebbe rincuorarci.
Ebbene, i giovani di oggi dovrebbero recuperare questo concetto, farsi carico dell’idea evangelica di colui che “vive nel mondo senza essere del mondo” con l’idea non di fuggire (che è ciò che, sia pure in maniera coatta, sta avvenendo), ma di acquisire un nuovo protagonismo, un protagonismo che pur tenendo presente la straordinaria unicità dei percorsi individuali tenga ben ferma l’importanza della dimensione collettiva, un’altra coordinata che negli ultimi decenni si è totalmente persa. Se mi si perdona il bisticcio linguistico, infatti, i giovani attuali non sono ritenuti incisivi per la società perché effettivamente non stanno incidendo alcunché. Come abbiamo detto in principio le generalizzazioni non servono a nulla e ci portano lontani dall’obiettivo prefissato, ma è un dato di fatto che l’attuale mito di costruzione sia quanto di più lontano possibile dall’assalto al cielo che invece animò molti in passato. Solo quando si penserà di incarnare una specificità vitale ed irrinunciabile si potrà assumere un ruolo attivo in questa società declinante, ma per fare questo, e mi ricollego con le prime battute di questo scritto, occorre non soltanto essere giovani anagraficamente, ma soprattutto giovani nello spirito, sapendo tener viva la fiamma stessa della Vita Vivente, l’anelito al Divino, la certezza della Totalità. Un motto in voga nel 1977 recitava “cambiamo la vita, prima che la vita cambi noi”. Credo che questo sia un insegnamento sempre attuale, anche per coloro che, troppo frettolosamente, vorrebbero derubricare certi periodi del recente passato come momenti di sola violenza e tensione.
Presidente Napolitano, Le scrivo anche se non sono un cantante a cui hanno tolto il figlio, né ho fucili caldi e un popolo pronto a seguirmi. Le scrivo anche se non ho cariche in qualche partito, e non sono in piazza a protestare contro qualche riforma.
Le scrivo, insomma, nella consapevolezza che Lei non mi leggerà. La questione dei giovani, Presidente, l’aveva già risolta un anonimo sapiente tre o quattromila anni fa, insegnandoci che il domani non uscirà da qualcosa di diverso dalla terra che calpestiamo oggi, che “ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà, perché non c’è niente di nuovo sotto il sole”. Strano paese l’Italia. Un luogo dove ogni questione diventa moda, viene trattata con uguale qualunquismo da contrapposti conformismi, e svanisce prima che qualcuno ne possa o ne voglia comprendere le implicazioni o le più profonde ragioni. Di tanto in tanto, nonostante l’anonimo sapiente, tocca ai giovani affacciarsi nel territorio dell’effimero simmeliano, prendersi il quarto d’ora di notorietà immortalato e poi ritirarsi come il miglior Cincinnato, in attesa della prossima chiamata. Sono state finite le lettere con cui definire la generazione che, di volta in volta, viene gettata sul palcoscenico: x, y, z, zero, internet, onda, e chi più ne ha ne metta, che un poco di creatività è sempre la benvenuta. Poi arrivano le vacanze di Natale e l’onda si sgonfia, perché la rivoluzione non è un pranzo di galama può ben essere barattata con un pranzo in famiglia.
A un certo punto non ci sono i soldi per pagare le bollette e la generazione y esce dalle categorie sociologiche e si trasforma magicamente in forza lavoro, entrando a far parte della schiera di quelle genti meccaniche che non sono affatto le protagoniste della storia, ma piuttosto il suo animale da soma. Non esiste una questione generazionale in Italia, presidente Napolitano: la generazione è un fenomeno demografico, ma non è classe in sé né per sé, tanto per prendere in prestito concetti fuori moda. Esiste invece una questione sociale che ha fatto ricadere sui giovani tutto il superfluo del benessere e tutto il peso delle relazioni economiche e politiche di un paese iniquo e bloccato. Noi abbiamo l’aperitivo, e la consolle, e la scolarizzazione di massa, a volte la pensione del nonno, e comunque la vita da bruciare come un gioco fino all’ultimo minuto in cui ciò ci è possibile. Siamo rincoglioniti dalla ricchezza al punto da non accorgerci che quello che ci cade in testa sono solo le briciole che vengono giù dal tavolo di coloro che ricchi lo sono davvero, e che rappresentano quel decimo della popolazione che detiene quasi la metà del reddito nazionale.
I giovani, Presidente, sono un’entità fittizia, buona per i discorsi di fine anno destinati a raccogliere l’applauso di tutti, a patto che poi non si mettano in discussione le posizioni di privilegio che spingono col tallone sul corpo inerte del paese. E’ come nota a margine di belle parole che il Mezzogiorno veniva condannato a persistere nella minorità, che la ricchezza del boom veniva sperperata per alimentare prebende, che si consumava l’erosione del futuro arrendendosi al pensiero unico che oggettivizza processi globali governati e governabili.
Forse è vero quello che scriveva Solzenicyin, che “i grandi popoli hanno questa legge: sopportare tutto e sopravvivere.” Ma viene da chiedersi quale valore assegnare ad una sopravvivenza che equivale alla dimessa rassegnazione, ché tanto l’Italia era e continua ad essere la nazione di Fontamara e Montegrano. Lei ci chiede un colpo d’ala. Ebbene, non possiamo né vogliamo farlo. Siamo assuefatti alla nostra condizione di irresponsabili per professione. Siamo assuefatti al gioco delle parti cui di tanto in tanto siamo chiamati a partecipare. Siamo assuefatti anche ai suoi discorsi, Presidente, e spero che Lei continui a farne. Chi mi darebbe, altrimenti, la possibilità di scrivere solo perché ho vent’anni, anche se non ho niente da dire?
Poco più di 600 chilometri separano Roma da Tunisi. Due sponde in rivolta se si dà per buona la prima interpretazione di chi ha letto i movimenti degli studenti italiani dei mesi scorsi come altro e di più della lotta a una modesta riforma universitaria.
La tragicità dei fatti che si sono svolti a Tunisi, a Tirana e poi al Cairo (e che mentre scrivo sono ancora in atto) si è preoccupata di smentire o almeno sminuire questa tesi; tuttavia resta interessante cercare di capire cosa accade sulle varie sponde del Mediterraneo. Gli analisti italiani hanno dapprima messo in relazione i movimenti di protesta giovanili che avvenivano da noi e sulla sponda nord del continente africano, riuscendo a mettere in relazione solo l’età dei manifestanti. Un po’ poco visto che a memoria non si ricordano rivoluzioni o rivolte di ottuagenari.
A volerle confrontare le due generazioni appaiono molto eterogenee: da un lato una generazione, quella italiana, spesso privilegiata, che finisce per difendere lo status quo, piuttosto che lottare per una riforma reale e piena del sistema di formazione: esaltata dai nostalgici del conflitto, coloro ai quali le immagini dello scontro servono da madeleine proustiane per scatenare il tempo perduto della gioventù sessantottina; o (più di nicchia ma forse più ascoltati nelle [i]stanze della protesta) del fallimento del G8 di Genova, non ha avuto né interesse né capacità di saldare istanze particolari in una richiesta generale di trasformazione, benché potessero apparire favorevoli alcune congiunture temporali (come l’accordo di Mirafiori, dipinto dai soliti nostalgici come opera del tradimento del “proletariato dal colletto bianco”) che potevano far fare al movimento un “salto di qualità” generalista.
Questo non è avvenuto e anzi lo scorso sciopero di categoria della FIOM del 27 gennaio scorso si è svolto sostanzialmente coi soli metalmeccanici CGIL in piazza. Se dunque esiste, come esiste, una questione generazionale nel nostro paese, sembra apparire più interessante per gli adulti che per i giovani stessi. Dall’altra parte del Mediterraneo invece la stessa generazione è scesa (e sta scendendo) in piazza e ha sovvertito il potere a partire dalla più antica delle proteste: quella per l’aumento del prezzo del pane (mica del prezzo dell’iphone). Lo ha fatto apparentemente senza un piano, senza una guida definita. E al momento della “vittoria” si trova probabilmente spiazzata di fronte ad avvenimenti non previsti né prevedibili. Come ha scritto Sami Naïr su El Pais riferendosi alla Tunisia, si è trattato di “una doppia rivolta ma non ancora una rivoluzione, una rivolta di popolo e una rivolta di palazzo”. Come a dire che lo spontaneismo delle masse ha avuto bisogno di un (incerto) sbocco istituzionale, delle gerarchie o comunque dell’opposizione istituzionale. Quanto sta avvenendo al Cairo, pare confermare questa tesi. La rivolta non sboccia in rivoluzione e l’esito dello scontro pare dipendere dal ruolo dei potenti militari egiziani.
Dal nostro Occidente, da troppo tempo inadeguato a capire cosa accade nel continente africano, prima abbiamo ignorato, poi ci siamo raccontati la storia della rivoluzione su twitter, un modo per fornirci l’assolutoria e rassicurante versione di una società civile, colta ed europea, pronta a portare la Tunisia nel nostro condominio occidentale. I governi europei hanno dapprima quasi apertamente parteggiato per i dittatori locali, partner affidabili in questi anni sia in versione anti-fondamentalista che sul piano economico/energetico e nel contrasto dell’immigrazione irregolare. Di fronte al tiranno tunisino che fugge hanno finito per parteggiare per questo proponendo la versione aggiornata al XXI secolo delle brioches di Maria Antonietta. Una figura ridicola e pericolosa che, nel caso dell’Egitto, ha visto i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna modificare il tiro e levare flebili voci in favore di generici aumenti di libertà e democrazia. Situazione diversa per gli Stati Uniti: quasi assenti nella rivolta tunisina, sono costretti a “interessarsi” alla questione egiziana, visto il ruolo e il regime di alleato privilegiato del Cairo. Quello che blocca l’Occidente è probabilmente il rischio di una profonda infiltrazione fondamentalista nelle proteste in atto. L’Africa del nord è una polveriera, e nulla spinge di più di una rivolta riuscita; la Tunisia è paese profondamente laico, e rimane ancora in bilico tra democrazia e fondamentalismo islamico; l’Egitto ha numeri e una penetrazione jihadista ben diversa: cosa potrebbe succedere se la rivolta si estendesse all’Algeria, o alla Mauritania, dove le forze estremiste sono già oggi radicate ed in armi? Al Qaeda del Magreb islamico ha infatti profondamente messo radici in questi paesi, ed è probabilmente pronta a sfruttare lo spazio che la caduta dei regimi potrebbe fornirgli soprattutto verso le plebi del Cairo o di Algeri.
La comunità internazionale, l’Occidente, appaiono alla finestra, sospesi tra i rischi del fondamentalismo islamico e l’opportunità di un Africa finalmente democratica, sospesi da un neo attivismo spesso pasticcione degli USA (vedi referendum del Sud Sudan) e un interesse cinese che guarda ai mercati e alle materie prime senza troppo andare per il sottile su democrazia e diritti. Infine il Medio oriente, con Israele che finirebbe ancor più in trincea di fronte a un radicalizzarsi dei regimi a lui vicini, e un Libano pronto a sprofondare di nuovo in lotte, come dimostra la crisi di governo aperta e risolta da Hezbollah di fronte al timido tentativo dell’ONU di celebrare i processi per l’assassinio dell’ex premier. Quello che abbiamo di fronte è un passaggio probabilmente fondamentale, sul quale si costruisce buona parte del futuro anche delle giovani generazioni italiane, e proprio a due passi dalle loro playstation.
Uno spettro si aggira nel dibattito pubblico, lo spettro del dibattito sui giovani. Talk show, approfondimenti, inchieste giornalistiche, lettere dimadri che hanno perso la speranza per i loro figli. Discorsi di fine anno di Presidenti della Repubblica. È il tormentone nazionale, l’unico tema che riesca a scalzare per qualche giorno gli harem di Berlusconi dalle prime pagine. Ce la potremmo cavare con un po’ di retorica a buon mercato sul tema “la prima generazione che vivrà peggio dei propri genitori”; ma convinti come siamo di non essere né i primi né gli ultimi nemmeno in questa presunta cesura della storia, preferiamo cercare di allargare la prospettiva e leggere il dibattito da un altro punto di vista. A chi serve dunque un dibattito sui giovani?
Permetteteci di dubitare che abbia qualche effetto positivo sui giovani stessi. Come tutti i dibattiti che si protraggono troppo a lungo, anche questo è la spia dell’incapacità di affrontare un problema piuttosto che della via per risolverlo. Un decennio di retorica sulla dicotomia “giovani precari esclusi/vecchi lavoratori a tempo indeterminato garantiti” non ha prodotto nessun allargamento delle tutele, e non è pensabile credere che ciò possa avvenire, dopo 20 anni di inerzia, proprio in un momento di crisi economica, stante la perdurante assenza di potere contrattuale (leggi sindacale) dei lavoratori precari. Né è credibile possa sparire come per magia il disfacimento del sistema dell’istruzione, piegato dalle sue croniche incapacità di promuovere merito e qualità unite alla mancanza di volontà politica di investire con intelligenza nel sistema; o che si dissolva lo spettro del fallimento a lungo termine del sistema pensionistico sotto il peso dell’avanzamento inesorabile dell’età media. Un dibattito sui giovani che non intacchi i nodi del trinomio istruzione-precarietà-pensioni, l’asse portante di quella che è stata definita la “questione generazionale” che affligge il nostro paese, è un dibattito che serve solo a far vendere più copie ai giornali e a lavare la falsa coscienza della peggiore classe dirigente della storia patria.
Sarebbero tante le considerazioni da fare sul come e sul perché sia difficile se non impossibile intaccare ciascuno di questi nodi con gli strumenti culturali e legislativi di cui dispone attualmente la politica. Il mio modesto avviso è però che la questione, nei termini in cui è stata posta nel dibattito pubblico nazionale, sia solo la punta dell’iceberg di un dibattito che deve necessariamente investire tutte le società occidentali riguardo a un nuovo bilanciamento delle risorse e delle opportunità al proprio interno, iceberg che emerge con maggiore evidenza in Italia a causa della sua accentuata tendenza ad organizzarsi in caste e corporazioni di varia natura.
Perché dunque, e in che termini, parlare di giovani? Io credo che il valore di un dibattito sui giovani si possa dare nel momento in cui contribuisce all’esplicitazione del loro potenziale politico. Con questo intendo quella capacità assolutamente peculiare che i giovani si trovano ad avere all’interno di una società, di mettere in moto cambiamenti sostanziali della struttura politico-sociale. E’ un potenziale che si manifesta in modo quasi automatico anche semplicemente in virtù della percentuale di giovani all’interno di una società. Ad ogni boom demografico corrisponde quasi sempre una ventina di anni dopo un momento “rivoluzionario”, nel senso più ampio del termine. È stato cosi per il boom demografico del dopoguerra che ha dato origine al ’68, e lo osserviamo tutt’ora nell’esplodere dei movimenti di protesta del mondo arabo, figli di un analogo boom demografico nella fine del secolo scorso.
Si manifesta più in piccolo ogni qual volta una generazione politicizzatasi accede all’esercizio del voto sovvertendo gli equilibri raggiunti fino ad allora dal sistema dei partiti. Chi sono i giovani cui è opportuno rivolgersi allora? Il presidente Napolitano ci viene in aiuto dedicando il suo discorso di fine anno “ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada”. Non è dunque tanto una questione prettamente anagrafica, quanto piuttosto la “fame” di futuro di chi volendo imporre se stesso impone un cambiamento a un equilibrio cristallizzato. E’ quella stessa fame che da sempre costituisce il motore politico del mondo. L’Italia in particolare e l’Europa più in generale si trovano in una condizione di perdurante declino nella misura in cui non riescono ad accendere quel potenziale inespresso. Non ci riescono per una molteplicità di motivi, primo dei quali certamente il dato demografico che assegna non a caso all’Italia e al Giappone i più bassi tassi di crescita demografica ed economica degli ultimi 15 anni. Ma la storia della formazione dell’Unita’ nazionale ci insegna che in particolari momenti storici anche la lucida follia di minoranze organizzate può cambiare i destini di una nazione.
A una congenita esiguità numerica si può e si deve allora contrapporre la spinta e la capacità di mobilitazione di avanguardie creative che alimentino e indirizzino le fiammelle sterili dello spontaneismo movimentista. Solo chi avrà la capacità di scommettere sulla mobilitazione del “potenziale generazionale” potrà arrogarsi il diritto di una riforma radicale del sistema paese.