editoriale aprile 2009

Oltre Berlusconi

Biagio de Giovanni

Che la nascita del Pdl sia un evento che riguarda sostanzialmente la storia politica italiana, e non la cronaca delle evoluzioni del berlusconismo, è convinzione di molti: e persuasione mia è anzi che il “partito di Berlusconi” (il famoso partito di plastica) sia morto, e si sta formando un’altra cosa, più plurale, più articolata, più veramente “partito”. Che inoltre sia nato, per la prima volta nella storia repubblicana, un partito con caratteristiche inedite, destinato a mutare la costituzione materiale (e prima o dopo anche quella formale) del paese, pure questa mi pare convinzione abbastanza generalizzata. Ma le opinioni divergono quando si entra un po’ più nel merito della questione, e personalmente –essendo d’accordo con questo giudizio generale- vorrei toccare proprio qualche aspetto più specifico, muovendo da una considerazione d’insieme e da alcune interpretazioni che non condivido.
La considerazione d’insieme è questa: il partito che è nato appartiene alla storia della destra e non si rappresenta con il semplice trionfo del “post-ideologico”: pensarlo così, significherebbe infine tirarlo fuori dalla storia politica propriamente detta. Il post-ideologico è semplicemente una cattiva traduzione dell’antipolitica, un fantasma che sta per sparire dall’orizzonte. E’ un partito che mette in discussione tutto il sistema egemonico su cui si fondava la prima Repubblica che aveva la destra confinata fuori dell’arco costituzionale, e la DC situata in un effettivo centro, con la sua maggioranza che guardava a sinistra, estromettendo come un tarlo e una malattia le nicchie diversamente orientate.
Oggi, a destra non ci sono più confini. E qui si disegna il quadro strategico più chiaro: tutto il sistema - come dire? - mentale della prima Repubblica si fondava su quella esclusione, le sue radici, la Resistenza e la Costituzione, come massimi miti politici (i miti, in politica, sono massima realtà), la storia democratica come storia dell’antifascismo non dell’anticomunismo, l’antifascismo dunque come chiave di volta, la Questione meridionale come altra chiave di volta, il duopolio politico-costituzionale DC-PCI, l’equilibrio delle grandi corporazioni, gli stessi equilibri fra i poteri previsti in modo solidificato e statico: poco governo, molto parlamento, condizione di una necessaria consociazione. Tutto questo (e tanto altro, fino ai grandi strati di complessive egemonie culturali) è in discussione.
Tutto questo - come sistema mentale talmente forte da sopravvivere anche allo sconvolgimento delle forze in campo, alla morte di partiti, alla fine del comunismo- oggi va perdendo la sua legittimazione. La sinistra, che inciampa fra i vecchi cocci, per questo non ha più un lessico per esprimersi, è senza parola, parla latino dove gli altri parlano in volgare. Questo orizzonte di temi traccia, a mio avviso, il quadro generale del problema. E la persistenza di Berlusconi - con sorprese generali: ma come, dopo quindici anni ancora lì!- sta proprio nel fatto, spesso impalpabile, che egli è riuscito a preservare alla sua immagine la capacità di aver scosso quel sistema mentale e di essere in grado di modificare quella costituzione materiale. E oggi, da quel lato, tutti attendono che lo faccia, compito per niente semplice, come semplice non è sgombrare le strade dai cocci, fra i quali ci sono anche vasi preziosi, e ridar forma a un percorso.
Se in tutto questo c’è qualcosa di vero, interpretazioni autorevoli come quelle di Ernesto Galli Della Loggia e di Angelo Panebianco, apparse sul Corriere della Sera nei giorni del congresso PdL, non mi sembra colgano il cuore del problema. Poco convincente appare la tesi del primo: non è più l’anticomunismo, come vuole Galli, il collante del PdL, quanto piuttosto l’esaurimento del sistema egemonico della prima Repubblica che l’Unione ulivista cercò disperatamente di mantenere in vita senza successo, e la conseguente formazione, progressivamente a cascata, di un senso comune di massa che registra la fine di quella costituzione materiale e dei suoi nessi diretti e indiretti. Perciò la transizione politica italiana è giunta al suo termine, perché il senso comune di massa si è attestato sulla fine di quel mondo politico, è già in qualche modo oltre di esso. Nemmeno convincente è la tesi di Angelo Panebianco, secondo il quale il Pdl passerebbe dalla originaria “rivoluzione liberale” alla attuale riforma dello Stato e della Costituzione, tradendo in qualche misura la sua origine, tutto questo esemplarmente espresso dai mutamenti tremontiani.
La verità mi sembra diversa: di volta in volta gli accenti possono essere collocati in un punto o in un altro, ma la sostanza cambia poco, a parte, magari, la necessità di adeguare il linguaggio alle emergenze della crisi globale. Se si volesse restare nel merito del problema, basterebbe domandarsi: sarebbe possibile una rivoluzione liberale che non fosse anche riforma dello Stato e del meccanismo delle decisioni e del funzionamento delle burocrazie? Ma forse non è nemmeno decisivo questo interrogativo, se quelle parole-chiave, di volta in volta scelte, e spesso, anche nel congresso costituente, mescolate, vengano viste come il segno rappresentativo della fondazione di un’altra costituzione materiale, un passaggio che mette in discussione le vecchie connessioni, i vecchi equilibri, per disporsi a mutarli.
Di volta in volta, quelle immagini complessive toccano un punto o un altro del vecchio sistema egemonico, per scuoterne ora un lato ora uno diverso. In un quadro così complesso, non c’è da sorprendersi se il PdL incominci a darsi un corpo differenziato. Se gli accenti non coincidono. Se Fini incomincia a giocare una sua partita, e magari anche Tremonti. Se quella stessa discontinuità, dalla quale nasce il PdL, sia differentemente interpretata. Se si cerchi di stabilire qualche ponte in più o in meno con chi è collocato altrove. Non è questo che sorprende, mentre sorprende assai più che l’amalgama di forze diverse appaia riuscita, pur essendo forze all’origine così lontane fra loro, e ciò avviene perché ci si trova uniti dalla collocazione in uno spazio politico nuovo, che è quello di una destra italiana democratica per la prima volta collocata nel cuore della società repubblicana. Bisogna forse risalire al prefascismo. C’è qualcosa che ricorda il giolittismo? Forse, almeno in alcuni tratti. Non vengono altri confronti. Naturalmente, tutto questo è l’analisi di un partito che nasce, di quelle che a me appaiono le su ragioni fondative. Ora però è alla prova dei fatti, e qui le varianti sono infinite, dall’entità della crisi globale alla determinazione di una classe dirigente.

Ma in Italia, questo sembra sicuro, si apre un nuovo capitolo politico.
Sullo sfondo, la Lega. E questo è di certo un problema aperto, in questo momento per il PdL è il vero problema, assai più di quanto non lo sia un PD che si arrangia per sopravvivere, anche se la nascita del PdL aiuterà questa sopravvivenza, non v’è dubbio. Cito la Lega, si potrebbe dire, per memoria, non intendo farne un’analisi, ma è questione di rilevante peso politico. La lotta elettorale fra Lega e PdL al Nord avrà tratti forse copertamente cruenti per la sovranità politica sui territori. E peraltro la vecchia Lega estremista è oggi assai più “centrista” dell’ala centrista del PdL, cerca consensi, adesioni a quel federalismo che è l’obiettivo per cui è nata. In questo orizzonte, la sinistra sbaglierebbe a collocarsi in un gioco di rimessa, magari assistendo alla partita fra Berlusconi e Fini, sperando in Fini come una volta sperava di inventarsi la Lega come costola della sinistra: la debolezza della coazione a ripetere!
Quando il segretario del PD, alla proposta di una stagione costituente, risponde no, mostra semplicemente la povertà ideale del partito che dirige, e il timore di misurarsi, con proprie idee, su quel fronte difficile. Dà del centro-sinistra una immagine irrimediabilmente conservatrice dello status quo, come se aggrapparsi al passato fosse l’unica possibilità per sopravvivere. La morte dell’Unione di Prodi fu proprio nel tentativo fallito di tenere insieme tutte le forze della prima Repubblica, per impedire ai “barbari” di entrare nella polis. Una volta che, contro ogni previsione, i “barbari” vi sono entrati ( e i barbari sono quelli che posseggono un’altra visione della storia d’Italia), bisogna apprestare altri rimedi, mettersi al passo con la realtà, nominare le cose, reinventare le idee, rimettere in campo una visione della storia d’Italia, costruire il partito, farsi promotori di progetti di riforme, e insomma fare politica, perché i nuovi spazi che si vanno aprendo nella storia italiana, i nuovi coni d’ombra che si disegnano in Italia e nel mondo possono aprire all’intelligenza della sinistra spazi perfino imprevisti.
Intanto, questa analisi mi spinge a concludere che la transizione politica, iniziata nei primi anni novanta, sia conclusa. In una frase di questo genere non c’è niente di irreversibile (e che cosa in politica può esserlo?). Ma c’è il senso di una periodizzazione, e periodizzare, anche per preparare l’azione politica, è di straordinaria importanza. E’ elemento per comprendere. Per mettersi al passo con i tempi e le occasioni, sapersi collocare, e collocare il Paese in un punto della vicenda politica, comprendere le evoluzioni della sua storia. E’ curioso che tanti immaginano di vivere nel regno dell’antipolitica solo perché, magari, la politica si presenta in forme impreviste o inedite. L’antipolitica sta nella testa di chi non avverte la capacità e l’ispirazione per fare politica. Berlusconi, il PdL sono politica, e come! E’ con essi che la sinistra italiana dovrà fare i suoi conti.